La contraddizione delle contraddizioni. L’assurdo tra gli assurdi. Sappiamo da quasi un secolo ormai qual è la principale causa di morte evitabile in Occidente. E cosa facciamo? Mettiamo la prevenzione e la cura di questo fattore di rischio agli ultimi posti del nostro sistema sanitario. Prevenzione del tabagismo e cura della dipendenza da tabacco sono due cenerentole. Non che manchino le parole, per carità. Parole scritte, parole dette, citazioni nei programmi naziomali e regionali. Ma se pesiamo il valore di quelle parole con la bilancia dei fatti, o meglio, con quella delle risorse destinate, ci accorgiamo che sono parole così leggere che se le porta il vento.

I fatti e i numeri

Da quando i ricercatori Doll e Peto, nei lontani anni ’50, pubblicarono i primi dati su fumo e cancro, non ci sono state scuse più per nessuno. Ma per cambiare la realtà c’è voluto ben altro che le evidenze scientifiche. Iniziò da allora una lotta estenuante, spesso sotterranea, tra la comunità scientifica e l’industria del tabacco. A distanza di 70 anni, infatti, i consumatori di tabacco non si sono azzerati. In Italia, per esempio, consuma tabacco il 24% della popolazione adulta (dati Istituto Superiore di Sanità). Meglio di 70 anni fa, ma non c’è stata la riduzione che ci si sarebbe aspettata per un fattore di rischio così lampante, prevenibile, aggredibile.  Nel nostro paese si può calcolare, a spanne, che muoiano 70-80.000 persone ogni anno per colpa del tabacco. Il fumo è causa dell’85%, circa, dei tumori del polmone.  È correlato al cancro della bocca, della laringe, della vescica, del pancreas, a linfomi e leucemie e la lista continua. È pericoloso inoltre il fumo passivo, ma ancora, il fumo di terza mano: quello causato dal deposito invisibile di sostanze cancerogene che si attacca ai mobili, ai vestiti, al pavimento e ai tappeti. Quello che, quando il fumatore esce, resta a contaminare la casa.

L’unica svolta la stanno cercando le industrie, che propongono prodotti alternativi, dicendo che fanno meno male. L’impressione di chi ha guardato dentro i numeri è che più che a ridurre il danno, stanno pensando a mantenere i profitti.

Ma perché ci vuole tanto a capirlo? Perché non sono stati presi provvedimenti definitivi, come è successo per altri cancerogeni che la Comunità Europea ha vietato senza se e senza ma?

Ci sono tanti perché

Il primo motivo è che non è la ragione a governare il mondo. Ma la ragione si scontra con la forza e soprattutto con la forza degli interessi. Come diceva mio nonno, “quando la ragione con la forza contrasta, la forza vince e la ragione non basta”. E di quale forza stiamo parlando? Di quella che muove la produzione del tabacco, la sua lavorazione, la vendita in ogni sua forma. Sono pochi i paesi del mondo non influenzabili dalle sirene che cantano nuotando nel mare ambiguo del profitto.

In secondo luogo, e lo diciamo per i più ingenui frequentatori di questa materia, il consumo di tabacco non è una qualsiasi abitudine. Quella benedetta pianta contiene una droga, la nicotina, che si trasmette ad ogni prodotto derivato. La nicotina è subdola, modifica le reti dei neuroni, sottomette la volontà, orienta la memoria e i desideri dell’individuo. Sostiene la sua voglia continua di consumarla, gli ricorda a scadenze fisse di ripetere il piacere che gli provoca. Non si smette con uno schiocco delle dita. Ben lo sapevano i consulenti di Big Tobacco, quando avevano intuito che far entrare nel circuito della nicotina un ragazzino di 14 anni significava averlo come cliente per tutta la vita. È evidente che non succede per un dentifricio, una saponetta, mentre per il tabacco sì.

Società civile e comunità scientifica devono fare qualcosa

Siamo dentro ad un circuito che si auto-alimenta. La comunità degli operatori sanitari conosce, sì, i danni da tabacco, ma segue pericolosi slogan buonisti e faciloni: “ci vuole solo buona volontà”, “deve scattare la molla” e stupidaggini simili. Modi di pensare che fanno solo un favore a chi guadagna con questo lucroso commercio. Difficilmente si comprende che servono terapie e servizi specializzati, per curare la prima malattia mortale dell’Occidente.

D’altra parte l’urgenza non è avvertita neanche dai comuni cittadini. Niente dibattito, niente proteste, niente che possa attirare l’attenzione dei politici, i quali vivono guardando i sondaggi d’opinione della settimana. Se i giornalisti non ne parlano, se la gente non si lamenta, se non ne fa un tema di decisione quando va alle urne, loro non se ne occupano, ovviamente.

Il terzo punto del circuito dovrebbe essere costituito dai politici. Almeno loro potrebbero avere una visione più lungimirante. Potrebbero circondarsi di esperti indipendenti, che riassumano le posizioni della comunità scientifica e siano portatori dei dati derivanti dalla ricerca. Gente onesta, che metta in fila davanti a loro i numeri e suggerisca le priorità. E invece spesso preferiscono esperti che li aiutino solo a intercettare gli umori degli elettori – anche quelli più irrazionali – e a proporre una minestra che assicuri la loro benevolenza.

È difficile capire da dove partire per cambiare le cose. Se i politici non cambiano, bisognerebbe cambiare i politici. Ma i politici li cambiano i cittadini, e i cittadini disinformati, poco consapevoli, possono solo scegliere male. Probabilmente la prima mossa spetta alla comunità scientifica, che i dati li sa perché li ha misurati, scoperti, confermati. Ma la comunità scientifica non può modificare le cose se non si impegna a divulgarle, metterle a portata di tutti, per creare una consapevolezza diffusa, semplice, fruibile. Serve un movimento d’opinione non guidato da strambi istrioni in cerca di consensi, ma promosso da quelli che tutti i giorni portano avanti la conoscenza, nei loro studi, nella penombra discreta dei loro laboratori. Dobbiamo imparare a comunicare la scienza, non solo a farla. E da queste pagine vogliamo dare un piccolo contributo perché ciò succeda.

                                                                                                                     Biagio Tinghino